Apologia di Socrate by Plato

Apologia di Socrate

By Plato

  • Release Date: 2012-05-01
  • Genre: Argomenti letterari
Score: 3.5
3.5
From 53 Ratings
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Description

Traduzione di Francesco Acri.

L'Apologia di Socrate è un testo giovanile di Platone. Scritto tra il 399 e il 388 a.C., è la più credibile fonte di informazioni sul processo al vecchio filosofo ateniese. Il testo è uno scritto particolare, in quanto la narrazione non è in forma di dialogo tra due o più persone: sia Platone che Socrate, infatti, disdegnavano la scrittura sostenendo che la filosofia fosse un'arte prettamente orale.

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Reviews

  • mortale

    3
    By trasdfghjkl
    libro molto bello ma anche molto brutto ma anche divertente ma anche noioso :-)
  • Bellissimo

    5
    By Cristina9798
    Un libro che lascia a bocca aperta e che apre la mente
  • NN mi è mai piaciuta

    2
    By Felice maria Vanin
    L'ho se,pre trovata pedante e piena di prosopopea, e tale è rimasta
  • Ottima Lettura

    5
    By Rich G T
    Pressoché interessante,L'Apologia di Socrate è stata composta da Platone, che aveva assistito, come viene ricordato successivamente nel testo, al processo per empietà intentato a Socrate. La sua attendibilità è paragonabile a quella dei discorsi che Tucidide mette in bocca ai suoi personaggi. Platone, cioè, non aveva la possibilità di registrare quanto detto da Socrate, ma, avendo avuto la fortuna di essere presente al processo, l'ha ricostruito aiutandosi con la sua memoria e con l'immagine di Socrate che vi era impressa. L'intento di Platone non è quello di un cronista, ma di un filosofo coinvolto nella vicenda che intende narrare, il quale riporta le idee essenziali che - per lui - meritano di essere ricordate. Gli Ateniesi hanno sottoposto Socrate a un processo pubblico, dandogli la possibilità di difendersi. Questo è un carattere notevole della "libertà degli antichi": condanne e ostracismi non vengono pronunciate informalmente, in base alla semplice opinione pubblica come aggregato delle opinioni dei privati, o dei privati che hanno accesso ai mezzi di comunicazione, ma - perfino nel caso di una persona fastidiosa come Socrate - vengono discusse e deliberate pubblicamente. Questo, peraltro, non esime Socrate dal "combattimento con le ombre", vale a dire dal compito di confutare la (cattiva) fama che gli avevano procurato le Nuvole di Aristofane. Socrate è un filosofo morale e non un filosofo naturale, per quanto non disprezzi la filosofia della natura, e per quanto, a voler credere ad Aristotele e al Fedone platonico, si sia in gioventù dedicato a poco soddisfacenti ricerche naturalistiche. Vale però la pena sottolineare che, nell'Apologia, Socrate non dichiara mai di credere negli dei della città. I dialoghi platonici giovanili ci riportano un Socrate intento a indagare su questioni morali, che non si occupa mai di metafisica. La teoria delle idee e l'interesse per la matematica si trovano nei dialoghi della maturità di Platone e non sono proprie di Socrate, per il quale l'idea è semplicemente l'"universale", vale a dire ciò che rimane uguale ed è presente in tutte le cose di cui si dice che godono la proprietà F. Non si fa menzione di una esistenza autonoma delle idee, se non quando, a partire dal Menone, Socrate diventa portavoce di Platone - e, significativamente, tende ad abbandonare l'élenchos. A ben guardare, il non saper insegnare di Socrate è la sua dote più pericolosa e più scomoda. Vendere e comprare conoscenze, come se fossero oggetti commerciabili, è qualcosa di rassicurante, così come sono rassicuranti i contratti e gli scambi basati sul do ut des. Non solo ci si può nutrire dell'illusione di acquistare conoscenza semplicemente pagando, senza l'itinerario personale di sofferenza che il tragico Eschilo, per esempio, connetteva all'apprendimento (pathei mathos); ma soprattutto ci si può cullare nell'idea che lo stesso sapere sia inserito in un sistema, il mercato, che sceglie e determina i valori per noi, e che ci esonera dal pericolo delle relazioni e delle discussioni faccia-a-faccia. In questa prospettiva, Socrate è fastidioso sia perché rifiuta di vendere la sua conoscenza, e dunque di entrare nel sistema, sia perché prende tanto sul serio i propri interlocutori da mettere in discussione le loro certezze acquisite con la durezza imbarazzante della prova elenctica. Socrate distingue fra l'argomentazione strumentale, sofistica, finalizzata a prevalere sull'interlocutore, e l'argomentazione volta a cercare la verità. Si tratta di una distinzione morale, che dipende dalle intenzioni dell'oratore. Ma queste intenzioni hanno una ricaduta anche sulle modalità di discussione e di comunicazione del sapere. L'aggettivo deinos, con il quale viene designato Socrate nella sua qualità di oratore, ha un significato più ampio di "abile", in quanto indica ciò che è "terribile", sia in senso positivo, sia in senso negativo. Socrate, a ben guardare, sta suggerendo, con una forma di ironia complessa, di essere effettivamente deinos - senza essere un esperto di retorica - ma agli occhi di chi considera "terribile" la verità. Socrate continua a ironizzare contro lo stile sofistico, sminuendo le proprie doti retoriche. Possiamo vedere anche questo come un'ironia complessa: lo stile argomentativo di Socrate, così diverso da quello dei sofisti e degli oratori, lo porterà a perdere il processo, ma, in un senso più profondo, ad accertare la verità. In primo luogo quella su se stesso, secondo la massima delfica gnothi sauton (conosci te stesso) - massima, questa, molto diversa dal culto dell'"autostima" diffuso nel nostro tempo. Nei dialoghi giovanili di Platone, Socrate mette a mal partito l'autostima degli interlocutori, sedicenti sapienti. Ma la durezza e l'ironia della confutazione elenctica possono diventare - per chi sa coglierne la complessità - il punto di partenza di un percorso di consapevolezza che conduce al di là del conformismo della società civile. Socrate afferma che, se corrompe i giovani, non è possibile che lo faccia volontariamente: corrompere le persone significa renderle malvagie, e dunque esporsi al rischio di venirne danneggiati. Tutt'al più, una simile azione può essere compiuta involontariamente, e dunque non può essere sanzionata penalmente. La sanzione penale, infatti, ha senso solo per le azioni volontarie, ma non serve a render consapevole chi sbaglia involontariamente delle ragioni del suo errore. L'argomento di Socrate è un corollario della sua equiparazione della virtù a conoscenza: chi sbaglia lo fa senza consapevolezza, e dunque senza intenzione di sbagliare. Perciò, non ha senso punirlo, quando si dovrebbe piuttosto discutere con lui, per renderlo avvertito del suo errore. N.T.-Liceo Scientifico.
  • Molto bello...

    4
    By Il bussi
    Seppur a tratti di non facile comprensione

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